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sabato 2 novembre 2013
UN GIORNO DI GLORIA
Non so se la quercia della foto troverà posto nel libro in fase di approntamento da parte di Francesco Nasini sugli Alberi Monumentali dell’Umbria. I suoi parametri dimensionali ed estetici farebbero ipotizzare un posticino, con o senza foto, fra gli alberi di “serie B”. Considerando, tuttavia, che con i suoi m. 4,16 di circonferenza è la più grande quercia di un territorio molto esteso di una notevole cittadina di 40 mila abitanti, e che la sua biografia non manca di spunti di interesse, mi sembra giusto concederle un giorno di gloria, rendendola protagonista, per 24 ore, di una pagina di FB.
La quercia si trova sul bordo di una strada comunale a pochi chilometri da Spoleto, in una località nota con il nome di San Sabino o, ancora di più, come Crociferro.
Il fusto è incredibilmente tormentato da escrescenze e protuberanze, frutto di innumerevoli potature di polloni generatisi lungo il fusto stesso e successiva cicatrizzazione dei tagli.
Come ci informa il settantenne titolare della adiacente azienda agricola San Sabino, la pianta potrebbe avere una età di 150 anni circa. Egli, infatti, l’ha vista sempre presente, nell'arco della propria vita, anche se un po’ più piccola all'epoca della sua infanzia. D'altronde,a giustificare il cospicuo sviluppo della pianta basta la vicinanza del canale di scolo della stessa strada, che non le ha mai fatto mancare l’elemento idrico.
Sulla sommità del fusto appare il taglio recentissimo di alcuni rami. L’operazione, effettuata con le previste autorizzazione, si era resa necessaria in quanto gli stessi rami rendevano difficoltoso, per mancanza di visuale, l’ingresso in strada della macchine agricole della stessa azienda.
In una cavità del fusto, a poco meno di due metri da terra, desta curiosità la presenza di uno strano oggetto infisso in una cavità: un bastone avvolto di carta da sacchi bruciacchiata. Si è trattato di un insolito,ma efficace mezzo per debellare un alveare di api che si erano insediate nella stessa cavità e che potevano costituire un serio pericolo per gli operatori dell’azienda.
Quercia di San Sabino, anche se non sei un capolavoro di bellezza, goditi questo giorno di gloria tutto tuo!
Valido Capodarca
venerdì 1 novembre 2013
Pini o Cipressi?
Primavera 1980. Da poco promosso capitano, il mio Comando mi manda a Spoleto a prendere i primi contatti con una ditta meccanica che si è appena aggiudicata un contratto di riparazione per automezzi dell’Esercito. Nel corso degli opportuni accordi telefonici, il capo officina mi illustra la strada che devo percorrere per raggiungere la sede della ditta. Uno dei riferimenti è il ristorante “I due pini”, dal quale poi la ditta verrà facilmente raggiunta.
“Non può sbagliare – mi spiega il mio interlocutore – perché davanti ci sono due pini enormi che non potrà non vedere”.
Giunto in loco, pongo attenzione all'avvistamento dei due pini ma… di essi nessuna traccia. Avanti…indietro… Al terzo o quarto tentativo avvisto l’insegna del ristorante. Da lì, in un attimo sono presso la ditta.
Alla domanda del capo officina se io avessi trovato difficoltà a trovarli, rispondo che l’unica perplessità mi era derivata dal fatto di non aver visto i due pini che avrebbero dovuto farmi da guida.
“Come è possibile? – replica l’uomo – non ha visto quei due grandi alberi all'ingresso?”
“Ma quelli son cipressi!” Ribatto
“Forse ha ragione – conclude lui – ma qui a Spoleto, pini e cipressi sono la stessa cosa!”
Valido Capodarca
giovedì 31 ottobre 2013
IL CERRO DI SUTRI
Sutri, la bella cittadina del viterbese, è famosa nel mondo e nella storia per vari motivi. In campo archeologico, per le numerose vestigia della civiltà etrusca. In campo storico, per la famosa donazione del re longobardo Liutprando al papa Gregotrio II, del castello di Sutri, gesto che ha segnato l’inizio del potere temporale dei papi.
Anche nel mondo dei grandi alberi, Sutri pone la sua impronta. Sul suo territorio vegeta e prospera questo splendido cerro. È, forse, il più bell’albero di tutto il Parco Naturale Regionale dei laghi di Bracciano e Martignano. Le dimensioni dicono: m 4,45 la circonferenza del fusto, m. 22 l’altezza e 26 il diametro della chioma. L’età attribuitagli dal personale della competente stazione forestale, quella di Ronciglione, è di 300 anni. È radicato in una valletta che si adagia tra le cime delle alture che prendono il nome di Monte Calvi a nord e Rocca Romana a sud ed è raggiungibile attraverso una stradina bianca che si stacca dalla strada provinciale che da Sutri porta a Trevignano Romano. L’albero è un prodigio di armonia e di proporzioni. Il fusto è fortemente rastremato, tanto che alla base raggiunge una circonferenza di m 8,50. L’apparato radicale, parzialmente in superficie, ha inglobato un masso nel corso del suo sviluppo. La chioma spiove uniformemente da ogni lato, fino a meno di un metro da terra creando, nella stagione più calda, una cupola di freschezza e serenità. La sua ombra viene, infatti, sfruttata sovente dalle greggi che sotto di essa si riparano dalla canicola. Altre notizie biografiche non è stato possibile reperirle, per mancanza di interlocutori idonei sul posto. Unica nota stonata, a pochi metri dalla stupenda quercia, i tralicci dell’alta tensione.
Valido Capodarca
mercoledì 30 ottobre 2013
L’ACERO DELLA MOLA
Quando la guida naturalistica Carla Picciurro mi fece conoscere questo acero campestre, rimasi convinto che la sua circonferenza di m. 3,75 che rappresentava il primato italiano per la specie ben difficilmente avrebbe trovato eguali in Italia. Pochi mesi dopo, dal libro di Raimondi e Schicchi sugli alberi monumentali di Sicilia venni a sapere che là ce n’è uno di ben 4,80.
L’albero si trova nel territorio comunale di Oriolo Romano, in una località denominata Mola, raggiungibile per una strada di 4 km che conduce all’Isola Ecologica, area attrezzata adibita dal comune di Oriolo alla raccolta di rifiuti differenziati. Vicino, gorgoglia il torrente Viscione che, poche decine di metri più avanti, confluisce nel torrente Mignone. Lungo il breve tragitto che dalla piazzola di sosta per le auto conduce all’Acero, si incontra, sulla sinistra, una polla di acqua sulfurea, tiepida, che zampilla copiosa dal suolo, riposa qualche minuto in una vasca di una decina di metri di lunghezza, per poi riversarsi nel Viscione. A pochi passi, sulla destra, ci si fanno incontro i ruderi in tufo di un antico mulino ad acqua, oltre il quale appare un laghetto formato dalle acque del fiume Mignone che precipitano in cascata da uno squarcio di una poderosa diga anch’essa in tufo: era la diga dalla quale partiva il canale che azionava le mole del mulino (da qui il nome del posto). Un sentiero di un centinaio di metri consente di portarsi sulla parte superiore della diga oltre la quale, a circa trenta metri dalla stessa, sulla sponda del fiume, appare il nostro fenomeno. Il fusto quasi non esiste, in quanto già dalla base l’albero si frammenta in un fascio di rami che si sprigionano verso tutte le direzioni a formare una chioma di ben 20 m di diametro.
Il posto, in tutto il suo insieme, merita una sosta anche prolungata, con il limpido Mignone che si avvicina placido prima di precipitarsi dalla cascata, con la cascata stessa vista dall’alto, con la diga ormai senza più funzioni ma che suscita stupore per la sensazione di solidità che fornisce.
martedì 29 ottobre 2013
La quercia del re
Sotto la vecchia Quercia (m. 5,28 di circonferenza) di Giovanni Caporuscio, in località Tordoni di Pontecorvo (FR), è passata più volte la Storia. Sembra che il nome le derivi dal fatto che una volta (il territorio di Pontecorvo si trovava al limite settentrionale del Regno delle due Sicilie) sotto la sua ombra abbia sostato il grande re napoletano Ferdinando II di Borbone con tutto il suo seguito.
La Storia tornava a fare sosta sotto la grande Quercia. Con la vittoriosa impresa dei Mille Garibaldi strappava tutto il sud dell’Italia ai Borboni e lo consegnava ai Savoia. Non tutti accettarono l’evento, specialmente quei militari che avevano prestato giuramento di fedeltà al deposto re e che a tale giuramento intendevano restare fedeli, lo sentirono come una invasione e una sopraffazione. Da qui le rivolte e le lotte di ribellione A questi combattenti, che oggi per fortuna si tende a rivalutare, la storia avrebbe riservato il marchio di “briganti”. (Pensiamoci: lo stesso infamante epiteto sarebbe rimasto addosso ai nomi di Nazario Sauro, Cesare Battisti, Enrico Toti, se la Prima Guerra Mondiale l’avesse vinta l’Austria). Si racconta, dunque, che i briganti, in lotta contro i Carabinieri e contro l’Esercito del neo-costituito Regno d’Italia, nel corso delle loro scorribande si siano fermati spesso a riposare o a tenere le loro riunioni all’ombra della Quercia.
Passarono altre decine di anni e la Storia decise di rendere di nuovo visita alla “Quercia del Re”. Sulle truppe tedesche asserragliate dentro le mura dell’Abbazia di Montecassino piovevano le bombe degli aerei e dell’artiglieria degli Alleati. I tedeschi, tuttavia, non subivano passivamente ma i loro cannoni scagliavano proiettili a grande distanza. Almeno uno di essi centrò la chioma della Quercia e un moncone di ramo di belle dimensioni nella parte più interna della chioma rimase per 66 anni a ricordare il pauroso episodio.
Col passare degli anni, le membra del gigantesco corpo della Quercia cominciarono a indebolirsi e a costituire un pericolo per chi transitava sotto la sua ombra. Per queste ragioni, un giorno l’Amministrazione della Provincia di Frosinone impose a Giovanni Caporuscio di tagliare un grosso ramo che si spingeva sopra l’adiacente strada provinciale. Subito il peso della chioma si trovò squilibrato e sbilanciato nella direzione opposta a quella del ramo tagliato. Per evitare che la Quercia crollasse con le sue centinaia di quintali di peso sulla tettoia della sottostante officina, il signor Giovanni si vide costretto a tagliare un ramo ancora più grande che giungeva a fare ombra fin sul piazzale dell’officina stessa.
La Storia, dunque, è transitata più volte sotto la chioma della Quercia del Re ma, quando vi tornerà la prossima volta, non la troverà più. Poche settimane dopo lo scatto di questa foto, un articolo sul quotidiano «Ciociaria Oggi», del 30 giugno 2010, annunciava la caduta della Quercia del Re nel corso di un fortunale. Nelle foto che corredano l’articolo si vede solo un moncone di tronco rimasto in piedi.
Valido Capodarca
sabato 26 ottobre 2013
IL QUERCIONE DI TOLLO - morto nell'immondizia
Una vecchia coppia – quasi 180 anni in due –sta spendendo le ultime gocce della lampada della vita, seduta, le spalle a ridosso del tronco rugoso di un’antica quercia pluricentenaria-
“Ti ricordo, Pietro – fa lei –che cosa si diceva quand’eravamo giovani? Da vecchi, quando non saremmo serviti più, ci avrebbero buttati fra le immondizie”. “Proprio vero, Menica - fa lui, con uno sguardo pieno di tenerezza sulle rughe della antica compagna – non abbiamo fatto certo una bella fine, noi due.!”
Una folata di vento si infrange sulla chioma martoriata della vecchia quercia, e l’attraversa, quasi un sospiro fra corde vocali lacerate. Balzando di ramo in ramo, il sibilo si articola in un’eco cupa e scricchiolante come una voce scaturita dagli abissi del tempo.”Cosa dovremmo mai dire noi alberi? A quei pochissimi ai quali il vostro genere consente di arrivare alla vecchiaia, a quelli, l ’immondizia viene gettata direttamente addosso”.
Due sguardi lenti si spandono attorno, quasi liberati a fatica dalle grinze delle palpebre, due mani ossute e crestate di vene posano una carezza tremante sull’enorme tronco cariato dell’albero; due voci sussurrano all’unisono: “Hai ragione,amico, perdonaci se ti abbiamo dimenticato. Intendevamo dire: noi tre!”
Da: “Abruzzo, sessanta alberi da salvare”, 1988.
Ecco come ha vissuto gli ultimi suoi anni il Quercione di Tollo (CH), m. 5,06 di circonferenza. Morto successivamente di stenti o di crepacuore, il suo cadavere venne eliminato.
Valido Capodarca
venerdì 25 ottobre 2013
IL PLATANO DI VIGORSO
Per le misure di questo albero, il Platano del Podere La Bolognina, in comune di Castenaso, dobbiamo accontentarci di quelle da me rilevate intorno al 1987. Era uscito da circa un anno il mio “Emilia Romagna, ottanta alberi da salvare” e (non ricordo chi me lo segnalò, probabilmente l’Ispettorato Forestale di Bologna), questo platano fu il mio primo dispiacere, cioè il primo grande albero conosciuto dopo la pubblicazione, e perciò assente nel mio libro. Ricordo che rilevai una misura di m. 5,70, sicuramente di grande rilievo. Ciò che tuttavia mi colpì fu l’enorme estensione della chioma, che raggiungeva ben 35 metri di diametro.
Passavano tre anni, e rivedevo lo stesso platano nel 2° volume di “Alberi Monumentali d’Italia”, selezionato dal curatore dr. Bortolotti e inserito, con merito, fra i 300 alberi più significativi del nostro Paese. La misura della circonferenza si identificava con la mia, segno che era stata rilevata più o meno nello stesso periodo. Lucio Bortolotti, in uno scarno testo, ci fa sapere che probabilmente il platano è un relitto del parco di una antica villa del XVII secolo della quale non restano tracce.
Il tentativo mio e di Diego de Simone di aggiornare le misure è andato a vuoto. Oggi il grandioso platano è al chiuso del recinto di una proprietà privata. Ci ha colpito, sul cancello, il cartello di "Attenti al cane” scritto in inglese. Comunque, il cane che da qualche parte della casa faceva sentire la sua voce più per adempiere a una clausola del contratto col padrone che per convinzione personale, abbaiava rigorosamente in italiano.
L’albero può essere agevolmente guardato, fotografato, ma non misurato. I nostri tentativi di accesso non hanno avuto buon esito. Una stima a occhio porterebbe ad attribuirgli 6 metri di circonferenza. La chioma, quella sì, continua ad essere la parte più spettacolare del Platano.
Valido Capodarca
domenica 20 ottobre 2013
SERMONETA E IL LECCIO DI SAN FRANCESCO
Fra i tanti alberi che si richiamano a San Francesco, uno lo troviamo a Sermoneta (LT), sul piazzale antistante il convento francescano con annesso cimitero. Questa volta, tuttavia, il Santo c’entra poco. La pianta trae questo nome proprio dal convento dei frati minori francescani. Le sue origini, benché molto remote, sono datate qualche secolo dopo il passaggio su questa terra del Personaggio. Essa reca tanto di data di nascita certificata: il 1495. Dunque, il Leccio mancherebbe di soli 3 anni un’origine medioevale che, come noto, sarebbe il 1492’? Dobbiamo pensare che un leccio, quando viene piantato, è già un virgulto di 3 o 4 anni. Ne consegue che, mentre Colombo spiegava le vele al vento nel porto di Palos, sui monti del basso Lazio era già germogliata la ghianda che avrebbe generato un albero che, dopo aver navigato per cinque secoli nell’oceano della Storia, è giunto fino a noi, anche se un po’ malconcio. Molto ha giovato, alla sopravvivenza della pianta nei secoli, il fatto di appartenere a un convento. Dal 1495, Frate Leccio ha fatto parte di esso, condividendone la quotidianità. Per secoli ha visto arrivare stuoli di novizi, li ha visti invecchiare e morire, fino a che, piano piano, è invecchiato anche lui. La vecchiaia, si sa, porta con sé la malattia ed il vecchio Leccio ha cominciato ad accusare i primi malanni, sotto forma di attacchi di agenti patogeni, quali funghi ed insetti. Questi hanno cominciato a far marcire i suoi tessuti, fino a provocare la perdita di un ramo che si allungava verso nord-est. Oggi infatti la sua chioma appare incompleta e sbilanciata verso ovest. Provvidenziale è stato un primo intervento del Comune, che ha fatto effettuare una sapiente operazione di restauro. Ancora più pregevole e di più professionale fattura l’intervento effettuato nel 2005, sempre ad opera del Comune, in particolare su iniziativa del geometra Giancarlo Pirani, responsabile dell’Ufficio Tecnico. L’aiola è stata abbassata e soprattutto ampliata, in modo da consentire al Leccio una maggiore superficie destinata a raccogliere le acque meteoriche. Dopo l’asportazione di un ulteriore ramo secco rivolto verso il convento, il resto della chioma è stato appoggiato su impalcature metalliche costruite su misura. Una balaustra, anch’essa metallica, protegge infine tutto il monumento vegetale. L’operazione ha consentito alla pianta una migliore qualità di vita e un prolungamento della stessa. Di quanto, non è dato sapere; ma certamente San Francesco, un Santo che di pazienza ne ha avuta sempre tanta, ne avrà ancora un po’, prima di richiamare, presso il suo convento celeste, il vecchio frate Leccio.
Valido Capodarca
sabato 19 ottobre 2013
ULTIMISSIME DAL QUERCIONE DELLE CHECCHE
Un affettuoso brindisi al Quercione delle Checche che in val d’Orcia, sul territorio comunale di Pienza (SI) impreziosisce con la sua presenza tutta la vallata. Da una misurazione effettuata oggi da un mio collaboratore, la celebre roverella è entrata nel “club dei 5 metri”, avendo raggiunto 5 metri di circonferenza di tronco. La ragione, tuttavia, della fama del Quercione non sta nell’imponenza del fusto, ma nell’ampiezza della chioma, che nel 2002 raggiungeva i 35 metri di diametro.
Valido Capodarca
martedì 15 ottobre 2013
UN GIGANTE FRA I BAMBINI
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“La parte nascosta della pianta, poi – gli fa eco un coetaneo – dev’essere ancora più impressionante di quello che si vede: una volta stavo effettuando dei lavori all’impianto fognario del paese, a una sessantina di metri di distanza, quando ho rinvenuto le condutture ostruite da un fascio di radici. Poiché l’albero più vicino è proprio il Platano, quelle radici non potevano che essere la sue”.
Il protagonista delle prodezze raccontate è lo stupendo Platano che impone la sua ingombrante, ma graditissima, presenza all’interno del non ampio cortile dell’attuale scuola materna Lorenzo Valerio, in via Valerio, nel pieno centro di Urbino.In effetti, la pianta è visibilissima, anche da molto lontano. Chi, dalle colline circostanti, osservi Urbino, viene subito attratto dalla grande massa verde che sporge e sovrasta i tetti della città.
Le dimensioni sono: m. 4,85 la circonferenza del fusto, 30 metri l’altezza e 33 il diametro della chioma. Quest’ultimo dato pone il Platano al primo posto fra tutti gli alberi della provincia di Pesaro e Urbino e al quarto nelle Marche. Questo, dopo che la pianta è stata appena sottoposta ad accurata potatura da parte dell’Ufficio Tecnico del Comune. Merita un sincero plauso la squadra di giardinieri che ha effettuato i lavori, eseguiti a regola d’arte e con estrema attenzione alla salvaguardia della salute e dell’estetica della bellissima pianta.
Si sa per certo che esso venne piantato nel Diciottesimo Secolo, in occasione dell’ascesa al soglio pontificio dell’urbinate Clemente XI.
Valido Capodarca
lunedì 14 ottobre 2013
IL CASTAGNO DI FREDI
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Rimandando, per i particolari, al vecchio post, ripropongo quest’albero per aggiungere ulteriori notizie. Il Castagno non sembra essere stato molto apprezzato dal suo proprietario, che lo avrebbe definito “un cioccaccio”, ma dal suo scopritore, Mario Abretti, di Roccatederighi.
Il massiccio fusto del castagno ha una caratteristica: esso è costituito da alcune porzioni vive e altre morte; esso è praticamente diviso in strisce verticali, di varia ampiezza, che si alternano, una parte viva e una morta, riconoscibili in quanto le prime sono ricoperte di corteccia, mentre le seconde sono glabre. Il signor Mario, affezionato alla sua creatura, volle interpellare un esperto, un medico delle piante, domandandogli se fosse il caso di praticare qualche intervento. Al sentire il responso, il signor Mario mandò senza tanti complimenti a quel paese l’esperto, e poco mancò che non lo prendesse a calci nel didietro. Questi, infatti, aveva suggerito di eliminare tutte le porzioni morte, lasciando in piedi solo quelle vive, come si farebbe con qualsiasi albero da frutto di cui ci interessa che continui a produrre. “Quell’idiota non ha capito – si sfogava con me il signor Mario – che davanti a un albero come questo, non è l’albero da frutto che si deve salvare e curare, ma l’albero monumentale. Con gli interventi che avrebbe fatto, il proprietario avrebbe raccolto qualche chilo di castagne in più, ma tutti noi avremmo perso un monumento”.
Valido Capodarca
giovedì 10 ottobre 2013
UNA TESTIMONE DI GUERRA
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La sua memoria ci riporta ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, più precisamente al 1944.
“Se i Tedeschi avessero avuto le armi degli Alleati – dichiara il signor Terenzi – questi ultimi non sarebbero mai riusciti a spostarli di là”, e indica la linea di colline che si stendono sulla sinistra del Metauro.
“Lì sopra passava la Linea Gotica – continua il nostro testimone – su quest’altra stavano, invece, gli Inglesi. Questi sparavano, i Tedeschi rispondevano ma i loro cannoni avevano una gittata minore e molte granate caddero proprio qui, attorno alla Quercia, scavando buche enormi.
La chioma della Quercia, per quanto ancora in ottimo stato, presenta un vuoto, dovuto alla mancanza di un grosso ramo. Non si è trattato, tuttavia, dell’effetto di una delle citate bombe, ma di un violento fortunale – racconta sempre il Terenzi – abbattutosi sulla quercia cinque o sei anni prima.
Valido Capodarca
mercoledì 9 ottobre 2013
L’ULTIMA FOTO DI UNA GRANDE QUERCIA?
Ho seri dubbi che questa quercia esista ancora. La visitai nell’autunno del 2007, su segnalazione del mio amico, l’artista Nino Finauri, quando era già in fase di stampa il mio libro sugli alberi monumentali delle Marche. Voglio parlarne al presente, come se la situazione fosse ancora quella da me fissata in questa foto. Ciò che resta di questa grande quercia si trova in comune di Montemaggiore sul Metauro, frazione San Liberio, via Monte dei Rossi, nei pressi di una casa colonica abbandonata. La circonferenza del fusto è di m. 4,69 ma le condizioni di salute della pianta sono disastrose. La chioma è stata drasticamente amputata,ma da quello che appare si può intuire che la pianta sia stata una delle più belle delle Marche. Ciò che caratterizza la quercia è la sua posizione e l’ineguagliabile panorama a 360° che si può godere ponendosi al suo piede. Verso est la vista spazia sul Mare Adriatico, da Fano a Marotta; verso ovest si riconoscono tutte le maggiori cime dell’Appennino Marchigiano, dal Monte San Vicino in provincia di Macerata a sud, a San Marino a nord. Peccato la presenza di una porcilaia che rovina la parte olfattiva dello spettacolo.
Nelle vicinanze si pensa possa essere avvenuta la famosa Battaglia del Metauro, fra i Romani e i Cartaginesi del generale Asdrubale che accorreva in aiuto del fratello Annibale. Infatti nei paraggi sono stati rinvenuti numerosi reperti, fra i quali alcune ossa di elefante. Questo starebbe a testimoniare che non solo Annibale aveva i pachidermi nel suo esercito, ma anche il fratello.
Sulle cause del declino e deperimento della quercia, l’esame visivo mostra come tutto sia dovuto a un attacco di cerambici ma, nonostante due viaggi in zona, non è mai stato possibile reperire testimoni oculari, al contrario di quanto avvenuto per la seconda quercia di San Liberio, di cui parleremo nel post di domani.
Valido Capodarca
Nelle vicinanze si pensa possa essere avvenuta la famosa Battaglia del Metauro, fra i Romani e i Cartaginesi del generale Asdrubale che accorreva in aiuto del fratello Annibale. Infatti nei paraggi sono stati rinvenuti numerosi reperti, fra i quali alcune ossa di elefante. Questo starebbe a testimoniare che non solo Annibale aveva i pachidermi nel suo esercito, ma anche il fratello.
Sulle cause del declino e deperimento della quercia, l’esame visivo mostra come tutto sia dovuto a un attacco di cerambici ma, nonostante due viaggi in zona, non è mai stato possibile reperire testimoni oculari, al contrario di quanto avvenuto per la seconda quercia di San Liberio, di cui parleremo nel post di domani.
Valido Capodarca
martedì 1 ottobre 2013
L’ODISSEA DI UN GRANDE CERRO
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1988. Dando inizio alla stesura del mio libro “Lazio, sessanta alberi da salvare”, mi reco alla Scuola. Personaggi famosi vi prestano ancora servizio, come i pluridecorati olimpici, i fratelli Raimondo e Piero d’Inzeo. L’essermi presentato in divisa da capitano mi consente di muovermi con una certa libertà per i vastissimi prati dei galoppatoi, fra i quali spiccano sei o sette querce, isolate, di fusto superiore ai m 4,50.
Mi accompagnano a vedere perfino il cimitero dei cavalli: qui i cavalli che non sono più in grado di correre vengono accuditi fino alla morte, poi vengono seppelliti con tanto di lapide di marmo che ne reca il nome. La cosa che mi appare strana (!) è il vedere che mancano le croci.
Il grande cerro è in una zona chiamata “Recinto dei daini”, una valletta prospiciente la Palazzina Comando, dove diversi di questi animali pascolano in piena liberta, all’ombra di grandi querce che non possono tuttavia competere con il gigante.
1990. Il libro sta per andare in stampa, ma dal Comando della Scuola mi fanno sapere che due fulmini hanno colpito il grande Cerro, danneggiandolo. Sono già maggiore e, in occasione di un viaggio di servizio da Firenze a Roma, torno a rivederlo e fare nuove foto. Il Cerro è ancora vivo, ma ridotto al fusto e a soli due grandi rami. Il libro, all’ultimo momento, fallisce la pubblicazione.
1998. Si riapre una possibilità di stampare il libro. Sono tenente colonnello. Effettuo un nuovo viaggio al Cerro: trovo solo un enorme moncone tagliato a due metri da terra dal quale fuoriesce un minuscolo ramo con ancora le foglie. L’interno del fusto è tutto marcio, sembra segatura compattata, solo una esile striscia esterna di pochi cm conduce ancora la vita. Mi spiega il comandante che hanno dovuto abbatterlo per il pericolo che potesse cadere su qualcuno. Il libro fallisce di nuovo la stampa.
2010. Sono in pensione da dieci anni. Trovato finalmente l’editore per il libro che si chiamerà ora “Alberi Monumentali del Lazio”, vi torno con il mio coautore Eno Santecchia per rifare le foto. Non c’è più nulla. I tagli imposti alla Difesa hanno fatto sì che tutta quella parte della Scuola venisse abbandonata. Non c’è più il recinto dei Daini, non ci sono più i daini, non si vede più neppure il moncone del Cerro. Tutto è tornato alla stato naturale, con un intricatissimo bosco di rovi e cespugli. In mezzo ad essi, solo due delle vecchie querce che tenevano compagnia al gigante, ormai agonizzanti, aspettano anch’esse la fine.
Valido Capodarca
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